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Nadia Donato

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Nadia Donato

insegnante Yoga di 1° 2° e 3° livello
insegnante Yoga di 4° livello V.N.D. YTS/NT®

Chieri (TO)

Nadia è una persona estremamente gentile e determinata.
Seria professionista nel suo settore professionale.
Appassionata di cultura, cultura orientale, metodiche diversificate di massaggio.
Ama tantissimo viaggiare.

Congratulazioni Nadia da parte di tutta la Yoga Teacher School e mie personali.

LA MIA CRESCITA CON LO YOGA



LA YOGA TEACHER SCHOOL PER INSEGNANTI YOGA


Mi chiamo Nadia Donato, vivo e lavoro a Chieri, in provincia di Torino e sono nata l’ultimo giorno d’inverno del 1981, un anno come tanti, macchiato di atti terroristici e attentati, ricordato per presidenze e indipendenze importanti, invenzioni tecnologiche e lanci spaziali… E non ricordato e non conosciuto invece per gli innumerevoli altri avvenimenti che non vennero pubblicati sui giornali, né annunciati in tv o in radio e riguardanti tutte quelle persone che nel bene e nel male percorsero nell’arco di quei 365 giorni un tratto della loro esistenza.
Io faccio parte di quel vasto gruppo di “persone dell’ombra”, che non hanno fatto e molto probabilmente non faranno mai nulla di particolarmente eclatante per essere ricordate dai più. Non che la cosa mi mandi in ansia…
C’è invece un pensiero che fino a poco tempo fa spesso mi giungeva dinanzi e tornava più e più volte a contatto con la mia mandibola fin da quand’ero bambina, un po’ come il cibo ruminato dalle mucche: morire senza aver Vissuto, non morire e basta, ma senza quel qualcosa di simile ad un “life motive”. Non ho mai avuto paura della morte, anche perché la mia esistenza mi ci ha portata a “tu per tu” più di una volta. Era più l’andarmene senza aver raggiunto uno Scopo che temevo e questa cosa ha fatto sì che in qualche modo fuggissi per anni dalla mia stessa natura, prima di riuscire ad aprire la porta a quell’ “Altro” che era il mio io, quella porta affacciata sull’ “Altrove” che era la mia vita. Mi ci è voluto parecchio tempo prima di trovare il coraggio di tornare in quell’ “Altrove” così pauroso, lugubre e tetro, per guardarlo in faccia… per guardarmi in faccia, senza più timore e con la voglia di squarciare le tele scure che lo
ricoprivano e un po’ lo proteggevano. Il sole é sorto e tramontato non so quante volte prima che sia riuscita a farlo entrare e a far luce su tutto quello squallore e quei fantasmi, per liberare la Vita che vi era intrappolata, soffocata, per liberare il chiarore, l’aria, i colori… per liberare me stessa.
L’inverno scorso qualcuno mi chiese se il percorso che avevo deciso di intraprendere nel mondo del benessere avesse influito sui miei personali cambi di rotta, sul non accettare e il non accontentarmi più di tante cose. Questa domanda mi aveva frullato nel cervello per mesi e solo ora comprendo forse appieno la portata non solo di alcune decisioni e scelte di vita, seppure importanti, passati o recenti e sull’apertura mentale e la ricchezza che ne sono conseguiti, nonostante a volte siano stati accompagnati da dolore… Ma per il peso che ho compreso essere insito nelle nostre radici, nell’essenza della linfa che ci scorre dentro, prendendo nutrimento dalla terra in cui siamo nati e cresciuti e che ci ha fatti evolvere e diventare quelli che siamo ora a partire da un piccolo seme germogliato non a caso. Perché io credo realmente che di evoluzione si tratti e non certo di cambiamento. Se uno nasce baobab, succeda quel che succeda, rimarrà sempre baobab e non arriverà mai a
produrre castagne, pur con tutta la convinzione e l’impegno.
Ed è così che sono nata e cresciuta da quel piccolo seme che ero, piantando le radici in terra roerina, fra gli orti, i frutteti, i vigneti e le colline di un piccolo paese in provincia di Cuneo, Corneliano d’Alba, perché così doveva essere e non è stato per me un limite il venir su entro quei confini ristretti. So bene che alcune cose non dipendono da noi, ma molte altre sì. Non possiamo decidere in quale luogo, da quali genitori, in quale contesto socio-culturale nascere, come non abbiamo il potere di cancellare o evitare cose più o meno piacevoli in cui ci siamo trovati o ci troveremo. Possiamo però decidere come fronteggiare gli eventi, come controbattere alle palle lanciate nel nostro campo, come rispondere alle piccole e grandi scosse di terremoto. Possiamo scegliere di Vivere o sopravvivere, possiamo scegliere dove e come direzionare la nostra esistenza, possiamo/dobbiamo decidere chi vogliamo essere, perché nessuno lo farà mai per noi… o forse sì…
Sette anni fa fu la mia prima volta in India e fra i vari posti visitai Varanasi, nell’Uttar Pradesh, conosciuta anche come Benares, città sacra per gli Indù, sulle cui rive scorre il Gange. Dopo tanti viaggi Varanasi è il posto che in assoluto più mi ha colpito e continua a farmi un certo effetto se ci penso. In Occidente apparteniamo ad una cultura in cui si esorcizza la morte, non è cosa che va mostrata ai bambini e fino all’ultimo nostro respiro cerchiamo di allontanarla dal nostro sguardo.  Sono sempre gli altri che muoiono, fin quando le cannucce dal mazzo finiscono e tocca proprio a noi, ma fino a un attimo prima no, la morte non ci tocca realmente e non ci appartiene. Camminavo sulle rive del fiume di quella città indiana in un’atmosfera surreale e nebulosa, passando da un ghat all’altro, fra cumuli di detriti, vacche scheletriche col ventre gonfio di vermi e plastica, cucciolate di cani malati, caimani che sbucavano furtivi dalle fessure dei muri, lavaggi e
stesure di bucati su stendini improvvisati, preparazioni di mattonelle fatte di sterco, venditori ambulanti, sadhu mendicanti o in meditazione, bramini, puje, abluzioni di fedeli e pire… infinite pire. Un attimo prima avevo visto passare in strada dal primo piano dell’hotel in cui alloggiavo una lettiga decorata con fiori e campanelli, su cui era avvolta con drappi scintillanti una persona defunta. Chi la trasportava salmodiava e cantava e la conduceva proprio là, alle pire, perché evidentemente se lo poteva permettere quel funerale. Gli altri, una volta morti, come anche ogni bambino, venivano gettati direttamente in acqua e lasciati galleggiare e imputridire, finché l’acqua non li inghiottiva per sempre. La sera nel lavandino del bagno facevo anch’io il bucato per lavare via la cenere che si era depositata sui miei vestiti… cenere… chissà di chi...
Fu un’esperienza forte e cruda quella di Varanasi, che mi lasciò inevitabilmente lo stomaco parecchio in subbuglio per diverse settimane e non fu certo solo per via dei cibi troppo speziati… Quella volta contro la morte ci avevo sbattuto violentemente la faccia, in un modo così poco delicato e del tutto impietoso che neppure nella mia italica vita combattuta e strappata coi denti avevo potuto conoscere.
In seguito poi al conseguimento del diploma in massaggi professionali aprii a Chieri, dove andai a vivere, l’ “Altro ed Altrove”, così intriso di “passato” come pure aperto al futuro, al divenire mio e delle persone che sarebbero passate a condividere un pezzo di sentiero con me, un sentiero fatto di sogni, di progetti, frutto di impegno e concretezza, col desiderio comune di provare ad essere liberi davvero, liberi di essere profondamente se stessi, fin dal seme, fin dalla radice.
Dopo poco tempo mi fu quasi scontato avvicinarmi allo yoga, perché in un certo senso era semplicemente giunto per me il momento, come il desiderio di scoprire un nuovo mondo, che in fondo non era poi così nuovo, perché già faceva parte di me, come una piccola stanzetta chiusa a chiave che mi portavo dentro, come in fondo al tronco di un grosso albero… come il Paese delle Meraviglie.
L’entusiasmo di provare a vedere cosa ci fosse là sotto, dentro quella porticina che sembrava insignificante fino a un anno prima era grande e a quel punto l’unica cosa che mi mancava era la chiave. Intravedevo appena ciò che stava di là dal minuscolo buchino della serratura, ma ne usciva una luce sfolgorante. Nel guardarla mi ha attraversato come un brivido e sapevo che come tutte le più grandi scoperte e gioie della vita desideravo viverla appieno anzitutto  per me stessa e poi condividerla con chi lo avrebbe voluto. Ho passato giorni interi a confrontarmi con diverse persone e a navigare su internet, finché non mi sono imbattuta nella Yoga Teacher School di Alessio Peluso a Bologna.
Per mia natura sogno, sì, ma con i piedi ben piantati per terra. Fin da subito mi ha colpito quell’impostazione scientifico-pratica così lontana dall’impronta fin troppo commerciale e dall’aura pseudo-magica che aleggia intorno alle tante e dozzinali scuole presentate con discorsi “peace&love” triti e ritriti, ripescati dal lontano ’68 in versione “copia e incolla”.
Così ho consultato il sito internet, molto chiaro e dettagliato, su cui vengono indicati e spiegati quelli che sono i diversi iter formativi abilitanti e certificati dall’YTS/NT® che rispettano gli standard internazionalmente riconosciuti.
La Yoga Teacher School fa capo ad Alessio Peluso, un bolognese non di nascita ma di importazione, che ho avuto il piacere di conoscere prima al telefono, quando ho chiamato per effettuare l’iscrizione, perché già dal sito internet mi aveva convinta. Durante la telefonata mi era sembrato un uomo deciso, con una robusta esperienza, impostazione e disciplina scientifica e sportiva, con un’ottima preparazione professionale e un gran spirito umano.
Da quella prima telefonata il tempo è volato ed è volata la mia formazione come insegnante, dal primo al terzo livello “full immersion” fino al quarto livello, altrettanto intenso, duro, entusiasmante e veloce. Il giorno in cui sono arrivata per la prima volta alla palestra dove avrei cominciato il percorso mi sono sentita salutare alle spalle da pochi metri di distanza, era Alessio Peluso, un uomo non particolarmente alto di statura. Mi sono presentata e immediatamente gli ho sorriso, nel notare come quell’animo tangibilmente umile fosse tanto armonioso con la sua natura fisica. Uno sguardo appena e già è stato feeling, senza aggiungere tante e inutili parole.
Sinceramente ho lavorato bene con lui, formata dal Professionista e sempre supportata dall’Uomo, la cui scolarizzazione si è fermata alla terza media al contrario più in generale di un più ampio apprendimento e di una più ampia formazione, che è andata e va tuttora ben oltre i meri vecchi banchi verde-acqua di scuola. Formazione che seppur a volte non gli eviti qualche piccolo intoppo linguistico, lo rende tuttavia unico e ancora più simpatico e lo sprona ad ingegnarsi ogni giorno e a percorrere le impervie vie dell’autodidatta e del perenne allievo in formazione. L’Uomo e il bambino vivono entrambi in lui, a volte anche in maniera un po’ burrascosa, prendendosi a spallate, ma facendo di lui una Persona ed un Professionista entusiasta, caparbio, coraggioso, autentico, sempre desideroso e capace di rimboccarsi le maniche e rimettersi costantemente in gioco, con il tipico stile dell’artista irrefrenabile e notturno, disposto anche ad eliminare per sempre quegli eccessi
fino al giorno prima tanto sudati e difesi per lasciare emergere l’opera d’arte.
Ricordo piacevolmente quel che diceva Gabriele D'annunzio, di fare della propria vita un’opera d’arte ed è così che mi sono sentita in questo periodo di formazione nelle sapienti mani di Alessio… come un’opera d’arte in movimento, aperta all’ “Altro”, aperta all’ “Altrove”.

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Shanti Namaste

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Corsi Proposti

Ogni corso prevede il rilascio di Certificazione abilitante YTS/NT® per i corsi insegnante (in Italia non è consentito chiamarlo Diploma in quanto l'Ente legittimato in tal senso a rilasciarli è solo il Ministero dell'Istruzione).
Il Diploma Professionale Internazionale invece, rilasciato dalla scuola e relativo alla qualifica da Maestro ha invece validità internazionale e si può regolarmente identificare come tale.

Risorse

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